o si è felici o si è complici : autoetnografia di una festa

                                                                                                                    Palermo, 13 settembre 2010

Da quando sono tornata a Palermo ho la sensazione di essere arrivata a festa finita. Nella città semideserta le poche amiche parlano entusiaste solo del Pride e lungo le strade, pur a distanza di tre mesi, le affiches dell'’evento continuano ad annunciare la festa del 19 giugno. Con il sentimento di essermi persa un’'occasione irripetibile, mi aggiro per la città in cerca dei resti visibili. Ieri stavo andando a casa di Emilia a piedi e mi sono fermata a fotografare i manifesti sui muri per il centro. Sembra che a Palermo i segni abbiano la possibilità di riempirsi di storia, perché fai un gesto e nessuno lo cancella. Tutt’'al più viene trasformato da strappi e aggiunte, ma i messaggi non si sovrappongono mai pienamente.
Resta sempre tutto accavallato. Fotografare le affiches non è stato facile; dovevo evitare le macchine, aspettare i semafori, schivare i passanti. Nell'’attesa ho messo a fuoco che appena sotto il grande asterisco fucsia, simbolo del Pride, in alcuni casi appariva il viso di un Cristo in croce sbiadito dalla luce, in altri un volantino di una Madonna era stato invece incollato sopra. Testimoni di una sedimentazione di feste, questi strati sono come segni di una compresenza e concorrenza tra gli avvisi sacri e gli appelli ad una sessualità libera e consapevole, tra le processioni di Pasqua, la sfilata del Pride e le solennità di Maria SS. Addolorata; non si spiegherebbe altrimenti la sovrapposizione, visto che non sono affissi nei luoghi appositi ma distribuiti dove c’'è, o si vuole ricavare, spazio.
Ad un certo punto mi rendo conto di attirare gli sguardi del tipico gruppo di uomini di mezz'età – i soliti che non si sa cosa stiano a fare per strada ma sembra siano lì da ore senza intenzione di spostarsi, –e penso: chissà cosa mi diranno, mi sconcicheranno, immagineranno che sono una turista sprovveduta ma gli risponderò da nativa. Infatti dopo una decina di minuti, uno di loro attraversa la strada con fare abbastanza lento e incuriosito, mi dice: ti piacciono questi manifesti, vieni che ti faccio vedere una cosa. Lo seguo senza chiedere né dove né perché, era pieno giorno. Dopo pochi minuti si ferma davanti ad una vetrina: guarda e fotografa! Era l’'esposizione del negozio "Il Cappellaio matto", dove da generazioni si cuciono cappelli e, soprattutto, coppole. Ce n’'era una con il simbolo dell’asterisco cucita su. Invitata ad entrare, mi mostra una piccola statuetta di un mafioso con la coppola e l’'asterisco tatuato. Fotografo con discrezione, meravigliata, usciamo, ringraziamo il cappellaio e il tipo che mi ci aveva accompagnato dice, mentre riattraversa la strada: tanto l'’hai capito, no? Qui siamo tutti gay! 
Ci salutiamo, sorridendoci da lontano. 


Lo scarto tra il modo in cui immaginavo un’interazione con il crocicchio di uomini e quella che ha invece avuto luogo mi sembra dia una misura esemplificativa di come una festa, se realmente sovversiva, e le sue tracce possano modificare gli scambi tra le persone nello spazio pubblico riguardo a cosa ci si può dire e a quali emozioni possono essere legate agli incontri con gli sconosciuti. Da quel pomeriggio ho iniziato a disegnare la mappa che ha orientato i primi tempi nella mia città natia, divenuta così opaca agli occhi dell’'emigrata che sono diventata. Vi andavo segnando i luoghi in cui trovavo l’'asterisco fucsia, il teatro scantinato della compagnia di Emma Dante, le vetrine di alcuni negozi, il centro sociale Laboratorio Zeta, il circolo della sinistra, l’associazione culturale Nzocché; iniziavo a notarlo ovunque: sui caschi, sugli zaini, sulle porte dei bar, nei profili facebook, sulle biciclette. Corina ne aveva attaccato uno sulla valigia, così quando torno in Romania non mi perdo, mi ha detto quando ci siamo conosciute. E sempre lei mi ha spiegato le ragioni di una disseminazione tale del simbolo: perché a Palermo non c’è stato il Gay Pride ma il Pride. Nel discorso del coordinamento di associazioni e singoli che hanno organizzato l’evento, la soggettività politica lgbtq era infatti il punto di leva, la differenza su cui scommettere per comporre le vertenze sociali della cittadinanza. Si era partiti da Termini Imerese, quando gli operai e le loro famiglie lottavano perché lo stabilimento della Fiat non chiudesse, ci si era incontrati nelle piazze con il movimento dell'’onda studentesca, con il forum antirazzista mentre continuavano gli sbarchi a Lampedusa, durante le annuali commemorazioni antimafia. L'’ideale aveva trovato conferma nella partecipazione delle diecimila persone che, superando di gran lunga ogni favorevole previsione, avevano festeggiato il primo Pride nel giugno 2010. Ad una riunione, una volta, sentii Luigi dire che l'’intensità emotiva del Pride era stata quella della presa della città da parte della cittadinanza dopo le stragi del 1992. Qualcosa dentro di me sobbalzò all'’evocazione di quell'’atmosfera.
Raccontare cosa è successo nel tempo del Pride 2011 significa vedere come si sono andati costruendo la storia e i sensi di un evento che ha origine nella lontana rivolta di New York del 1969 ed è stato importato in molte altre parti del mondo, quale traduzione sia avvenuta a Palermo perché quando una festa viene trasposta “variazioni del codice, trasferimenti e imitazioni del modello si realizzano per lo più in quanto risposte, creative e simboliche, a situazioni economico-sociali date”6. E non solo; rendere conto di quanto è avvenuto nel percorso verso il Pride 2011 e il giorno stesso dell’evento implica la dichiarazione dello sguardo narrante che, tra la molteplicità di soggetti e pratiche presenti, si è posto su alcuni fronti ed ha posto alcune questioni.

il testo integrale puo' essere richiesto scrivendo a vesnanturia@gmail.com
è stato pubblicato su Diotima, La festa è qui, Liguori editori